
Nata nel 1957 a Qazvin, in Iran, ma cresciuta negli Stati uniti, Shirin Neshat attualmente vive e lavora a New York. La sua carriera di artista ha avuto origine in seguito ad un viaggio nel suo paese natale, nel corso del quale ebbe modo di assitere in prima persona alle conseguenze del regime dall'ayatollah ʿAli Khameneʿī. Neshat inizia quindi a raccontare la difficile condizione femminile attraverso fotografie in cui si fa ritrarre con il velo, imbracciando un fucile, con le parti libere del suo corpo ricoperte da scritte. Nelle sue opere cerca di fare convivere (ed esplodere) le antinomie che rappresentano le sue ossessioni, donna e uomo, individuo e collettività, sessualità e sottomissione.
Negli ultimi anni l'artista Iraniana-Americana ha messo da parte la fotografia per dedicarsi al video, mettendosi a lavorare esattamente come farebbe un regista cinematografico, un po' come Matthew Barney, tanto per fare il primo nome che mi viene in mente. Sia dal punto di vista degli sforzi produttivi che da quello della qualità visiva, infatti, il suo lavoro non ha niente da invidiare ad un film commerciale. Il risultato estetico invece è (ovviamente) agli antipodi. Se dovessi fare un esempio per descrivere il suo stile, sperando di non citarlo a sproposito, parlerei di una certa affinità con il cinema di Kieslowski, per la sensibilità nei confronti di storie che si sfiorano appena tra di loro, per l'assoluta predominanza della figura femminile, per le tematiche affrontate.
La sua ultima monumentale opera (la cui visione consiglio senza riserve), Women without men, è stata realizzata tra il 2004 e il 2008 e consiste in 5 video installazioni (per un totale di 7 video) proiettate in altrettanti spazi isolati, che vanno a formare un unico film. Ogni videoinstallazione racconta le vicende di una donna. Man mano che si procede nella visione, ci si rende conto che le varie storie si vanno a mescolare, andando a comporre un racconto unico in cui la lotta delle protagoniste per ottenere una emancipazione personale, si sovrappone al tentativo di tutto il popolo Iraniano di ottenere la democrazia. Le storie infatti sono ambientate nel 1953, durante il colpo di stato anglo-americano.

Mahdokht è una donna sola, vive nella paura della sessualità, ma allo stesso tempo è ossessionata dall'idea di avere dei figli. Decide di risolvere questo dilemma abbandonando la sua forma umana per farsi albero. Ottiene una forma di indipendenza nella morte, quando galleggiando nell'acqua come una moderna Ofelia diventa tutt'uno con la natura.

Zarin è una prostituta, un giorno si accorge che gli uomini che vanno con lei non hanno (letteralmente) la faccia. Terrorizzata scappa in un bagno pubblico dove tenta di purificarsi lavandosi maniacalmente fino a sanguinare. Quando Zarin torna sulla strada si rende conto che non è cambiato nulla, gli uomini continuano ad essere senza volto.

Munis vive con un fratello molto religioso. Dal terrazzo di casa assiste all'omicidio di un sostenitore del governo durante il colpo di stato. Senza nessuna esitazione Munis si butta nel vuoto. A terra, morta, ha una conversazione con l'uomo che giace accanto a lei. Solo nella morte raggiunge il coraggio e la determinazione per rompere le convezioni sociali assegnate alla Donna.

Faezeh viene accompagnata da Munis nello stesso giardino in cui sono già state Mahdonkht e Zarin. Lasciata sola, insegue una misteriosa figura coperta con il velo. Si tratta della stessa Faezeh, mentre ricorda il trauma di abuso sessuale subito anni prima. Solo rivivendo quel momento può trovare la pace.

Farokh Legha è una vedova che appartiene ad una classe agiata. Ha già trovato una sua indipendenza, ma si rende conto che rimanendo in quel giardino isolato in cui sono già state le altre donne non potrà mai ottenere il riconoscimento sociale come artista. Decide di aprire il giardino al mondo circostante, con conseguenze fatali.