Susumu Koshimizu
Giappone. Mono-ha si traduce in italiano come "scuola delle cose". Le cose sono gli elementi della natura, terra, rocce, carta, legno, vegetali, acqua. Per molti versi e fondamentalmente per capirsi meglio, non è altro che la trasposizione dell'Arte povera nel Giappone dei fine '60.
Nobuo Sekine potrebbe esserne il precursore, Susumu Koshimizu e Katsuro Yoshida i suoi complici nell'aver scavato nell'ottobre del 1968 una grossa buca, scavando con le loro stesse forze nella terra, per poi ricreare con la stessa materia, a pochi metri un cilindro perfetto.
La materilità delle cose, la sottolineatura di ciò che è inerente alla materia, ma non per questo visibile e la forza dell'essere natura, porta al centro il lavoro di Koshimizu.
Uno dei suoi primi lavori, 1969, forse il più famoso, Paper, porta in un museo un grosso sacchetto di carta giapponese, le cui dimensioni portano già la nostra mente altrove, ma poi all'interno scopriamo, in forte contrasto con il contenitore (per la sua dimetricalmente opposta matericità), una roccia.
E pensiamo che la carta e la roccia fanno parte di mondi diversi, che la carta è fragile, la roccia troppo dura e pesante, il sacchetto potrebbe rompersi, non potrebbe mai essere alzato, il loro destino, se si vuole l'integrità di uno e la stabilità dell'altro elemento, è di rimanere li, fermi immobili, in una disturbante armonia, per sempre.
Un altro lavoro, Paper Bag, utilizza la carta come supporto per comunicarci una diversa possibilità di interpretazione, quasi come se la carta smettesse di sentirsi un derivato della cellulosa, e desiderasse l'aspetto di una superfice marmorea. Ma bast il nostro passaggio, un leggero spostamento d'aria a svelarci tutta la sua leggerezza.
Una roccia spaccata in due da un taglio netto all'interno del Museum of Modern Art di Tokyo è semplicemente un modo per esporre una roccia in quanto roccia e in quanto fragile. Un modo diverso di guardare alla scultura.
From surface to surface è la variante del tema. 14 modi diversi di trattare lo stesso materiale, le stesse dimensioni in maniera sempre diversa. Come le varie possibilità di immaginare una scala a pioli di Cildo Meireles.
Sempre di forme simili si tratta durante un installazione del 1983, dove diversi tavoli, presentano piani e strutture sempre diversi. I piani sono sempre d'ostacolo all'utilizzo che di solito se ne fa; è difficile appoggiarci le cose. Le superfici sono deformate, a volte rivelano la loro natura, il loro passato, altre volte solo il loro presente, facendoci capire cosa può averle ridotte così. Superfici complesse e mai superficiali.
Domo arigatò Susumu Koshimizu!















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