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Parole Parole Parole

Non so se sia una mia fissazione, ma la parola “retorica”, che per secoli è stata una parola il cui significato era qualcosa di nobile, è diventata col tempo un termine svilente. Come se oramai sentiamo puzza di eccesso, e bolliamo come retorico, qualsiasi espressione comunicativa nella quale vediamo uno strasbordare di significato. Qualsiasi discorso nel cui linguaggio ci sembra scorgere un uso spropositato e gratuito di elementi ipersignificanti. Parole, parole, parole, soltanto parole...diceva Mina ad Alberto Lupo.
Ci sembra falso, vacuo, e poco autentico, lucido ma triste come una decorazione natalizia, sotto la quale la retorica nasconde contenuti facilotti, a basso prezzo. Scontato, in tutti e due i sensi.
Nel mondo delle immagini, ovvio, la faccenda è più complessa. Nel senso che l’alfabeto visivo per sua natura si compone di parole meno riconoscibili come retoriche, meno decifrabili. Eppure, alla fine, succede che vedi Alfredo Jaar, ed è più o meno la stessa sensazione di sentir parlare Rosy Bindi.
Non è un caso infatti che la stragrande maggioranza di campioni di retoricismo lavorano in quei territori culturali limitrofi alla comunicazione pret a porter. Il sociale, l’ambiente, il sentimentale, lo spirituale, nei quali finirci è un attimo.
Oppure, più sottilmente, può essere retorico anche l’uso di elementi visivi a cui nel tempo abbiamo finito per dare troppa importanza (il quadrato, tanto per fare un esempio). E finisce a volte persino per esserlo l’approccio, se ha nel suo Dna un eccesso di citazionismo ( Chia o Cuoghi, per dire).
In definitiva, forse, tendiamo sempre più a storcere il naso davanti a un uso gratuito di elementi a cui non siamo più in grado di affidare un senso, ritraendoci in un desiderio di puntualità senza il quale ci è difficile riconoscere qualcosa di autentico. Forse non è nemmeno un problema di asciuttezza, silenzio, o rigore (altrimenti non andremmo tutti pazzi per Cattelan o Eliasson), perché probabilmente non vogliamo nemmeno sentire parlare piano, ma semplicemente sentir parlare meno.