
Prima di parlare di “qualcuno” è opportuno interrogarsi su quale identità riveste il soggetto preso in questione. Filip Dujardin si presenta come fotografo, ma credo che dobbiamo riconoscergli, facendo un passo a ritroso, che lui per prima cosa è un uomo. Un uomo che diventa fotografo e per assurdo, fotografa edifici che non esistono.
Ma probabilmente ci stiamo sbagliando, allora è un progettista. Un progettista che disegna e rappresenta architetture inaspettate e anomale.
Ancora non siamo convinti.
E’ uno strutturista, un ingegnere strutturista, che però vuoleri scrivere quella branca della meccanica chiamata statica, che studia le condizioni di equilibrio di un corpo materiale, ovvero le condizioni necessarie affinché un corpo, inizialmente in quiete, resti in quiete anche dopo l’intervento di azioni esterne dette forze. Forse stiamo esagerando. Allora è semplicemente un esteta di facciate e crede chel’omogeneità in prospetto sia solo un pretesto per fare qualcosa che metterà tutti d'accordo.
Potremmo andare avanti ancora additando possibili identità da associare a Dujardin, oppure chiedersi semplicemente se il frutto dei suoi scatti provenga dalla frustazione di fare/fotografare/pensare architettura. Frustrazione che spinge a progettare, con tanto di modellazione, scelta dei materiali e per finire, la messa in posa di questo “organismo” dal quale trarre un’accurato scatto fotografico. Li dove il render non arriva. Ancora non sappiamo chi sia Filip Dujardin,ma se la sua frustrazione produce questi effetti, dovremmo imparare a rielaborare l’energia negativa, e non sottovalutarla.




