
Come molti artisti appartenenti a quel "hic et nunc" che è la Russia di inizio secolo, Rodchenko credeva in un'arte totale e totalizzante. Credeva in un'espressione artistica che attraverso l'uso di più linguaggi e di più mezzi (tutti quelli necessari), riflettesse la volontà di cambiamento e la vivacità culturale di quel momento, contribuendo a cambiare immediatamente la vita delle persone.
Non a caso il suo medium privilegiato è stato il fotomontaggio, mezzo di espressione "totalitario" in sè, nel riuscire a riunire idealmente arte figurativa, grafica, fotografia e cinema (spazio, tempo, movimento). Rodchenko usava il fotomontaggio allo scopo di produrre messaggi politici e sociali destinati alla grande massa, messaggi pensati per colpire allo stomaco più che al cervello, piccolo contributo rivoluzionario alla più grande rivoluzione in fieri. In questi giorni si tiene a Roma una doppia mostra dedicata alla sua produzione fotografica, ritratti e paesaggi urbani visti attraverso l'ottica costruttivista, volti e ambienti che sotto la lente della macchina fotografica si fanno linee pure, elementi grafici, campi di forza astratti. I soggetti, deformati da ottiche e angolazioni di ripresa fuori dal comune diventano corpi metafisici, gemme cristalline di frammenti di realtà. Disinvoltura e amore per la sperimentazione che nel giro di pochi anni gli costarono l'accusa di tradire l'ideale socialista dell'arte di regime e la costrizione alla più mite e banale fotografia ufficiale di stato.
Sito della mostra