
Questa cosa dell’asta di Damien Hirst ha fatto tanta notizia. In
effetti la cifra guadagnata è un bel titolo ma se ci pensi, con calma,
in fin dei conti il più quotato artista del mondo guadagna, mettendo
all’asta metà della produzione della sua vita, quello che Ronaldinho o
Valentino Rossi guadagnano in un paio d’anni. Non è un dato
significativo: le cifre dei fuoriclasse sono fuori misura, da sempre.
Il dato significativo, apparso fra le righe di articoli farciti di chincaglierie, è un altro: l’acquirente. Chi ha comprato queste 223 opere arrivando a spendere 10 milioni di euro è lui l’animale nuovo, non Hirst. E’ nella committenza che è avvenuto uno scarto significativo. Il ventiduenne Michelangelo vendendo la Pietà si comprò una villa, proprio come Hirst, solo che Michelangelo la vendeva al Papa, non a un grossista di spazzolini cinesi, per telefono, lottando al rialzo con una Holding di Casinò venezuelani.
Il grande scarto spiazzante, il balzo, sta in un arte che ha una committenza inusuale e sostanzialmente non paragonabile ad altri periodi storici.
Per duemila anni gli artisti hanno avuto sostanzialmente due interlocutori: il re (faraone, imperatore ecc.) e la chiesa (faraone, papa, imam ecc). Il potere politico e quello ecclesiastico. Poi, scomparsi re, parrucche e nobili vari, negli ultimi due secoli l’arte si è relazionata dialogicamente con una struttura più pulviscolare: la borghesia. Una committenza che da monocentrica si sfarinò, coniando per la prima volta la parola delle parole: il pubblico. Perchè il pubblico di quelle opere, i borghesi, per la prima volta nella storia coincideva con chi quelle opere le doveva comprare. Non dovevi convincere il Papa, ne il vescovo, ma, cosa forse persino più difficile, un’intera classe sociale, dal professore all’imprenditore, dalla California a Berlino. Era un mondo in cui una certa collettività compartecipava all’investitura dell’artista e della sua valenza culturale, in un rapporto dialogico, empatico, fra autore e pubblico.
Questo pubblico, o quantomeno questo pubblico fautore, oggi viene svilito a ruolo di spettatore. Dal professore fino al passante, dalla testa alla coda, è un pubblico che partecipa in modo passivo a un universo confezionato in stanze molto lontane dalle sue. Un pubblico inconsapevole, forse a volte persino inutile, che osserva un universo culturale sceso dall’alto, alla stregua dei fedeli sotto i dipinti di Giotto. Perché, tolti gli orpelli, alla fine, quel mondo ha come interlocutore, come pubblico e come committente un solo personaggio: il grossista cinese. Quello che all’asta fa a gara con l’amico della finanza a chi è più ricco, come dei ragazzini a chi ha la moto più figa, e che, una volta messo il Penone in soggiorno lo guarda, come Totti guarda un libro.
Siamo sostanzialmente passati da un sistema di potere policentrico (curatore, professore, museo, gallerista, spettatore, collezionista, giornalista, critico eccetera) a un sistema costruito a raggiera intorno alla figura del compratore e dove, addirittura, l’artista scavalca tutta la ragnatela per vendere direttamente l’opera online al miliardario. Un sistema centripedo, feudatario, ma paradossalmente non autoritario. Perchè quel collezionista lì non ha nemmeno il desiderio un po’ narciso, come Peggy Guggheneim, di dare le carte. Siamo tornati al feudo, ma il feudatario non c’è: gioca a golf.
Siccome non credo che tutti si sono risvegliati con una strana ossessione per il denaro, mi viene da pensare che, finita una logica, finito un sistema di poteri, la comunità dell’arte si sia per paura del vuoto aggrappata al più forte, per non cadere. Stessa logica, per dire, con la quale l’Italia dopo il crollo della prima repubblica si è affidata ciecamente al più ricco e potente di tutti.
Non so se sia così, ma ammesso che non è possibile tornare a una borghesia partecipe, ne a un’idea di classe dirigente di stampo novecentesco, sarebbe utile staccarsi dalla boa del miliardario, e inventarsi una nuova logica del sistema dell’arte, una nuova gerarchia, un nuovo pubblico, un nuovo sistema di selezione, e un nuovo equilibrio dei poteri all’interno della comunità. Perché passare i prossimi cento anni succubi dell’imperatore degli spazzolini non sarà grave, ma sicuramente molto noioso.