Piccole riflessioni sull'architettura
in Editoriali da Roberto Marone gio 24/04/08
Ultimamente fra queste pagine si è molto, troppo, parlato di architettura. Anche se lo si sta facendo anche nelle pagine di Repubblica e Corriere, a dire il vero.
Ieri guardando l'intervista di Mendini al corriere della sera lui a un certo punto dice una di quelle cose che, come al solito, ti lasciano lì a pensare un paio di giorni. Non la ricordo precisamente, ma più o meno era: noi architetti, non potendoci più affidare a richieste di tipo sociale, contestuale, politiche, ci chiudiamo nel terreno dell'estetica.
Come al solito: perfetto.
Il potere politico ha smesso da tempo di dettare e incanalare il mondo
in un sistema di valori (etici, morali, culturali) nicchiando nel più
mite controllo delle regole del vivere. Fanno leggi e cartoffie, visto
che regolare il reale è più semplice che ipotizzare il futuro. Quando
c'è da costruire, che spesso significa immaginare il futuro, passano la
palla all'economia, come un terzino arrivato a fondo campo che la butta
in mezzo, e vediamo che succede.
L'economia di suo fa il suo mestiere, ovvero ragionare per diagrammi di
speculazione finanziaria. Il mondo della cultura sulla pagine di
repubblica continua a ragionare sulle lettere di Benjamin durante la
seconda guerra mondiale accapigliandosi, in slanci di contemporaneità,
sull'antisemitismo iberico.
Gli architetti, visto che il mondo non sa cosa fare, si rifugiano nei
terreni del pragmatismo nobile: energia, ambiente, luce, mobilità,
verde e tanto verde. Quel pensiero unico al quale nessuno può dirsi
contrario e che, gioco forza, diventa la sola ambizione possibile. E
così, appeso alle facciate dei grattacieli, il gelsomino assurge a
compimento alto dell'umanità tutta.
Ovvio che costruire per la fame nel mondo, per la salute, per
l'ambiente sono, al netto dell'essere cose sacrosante, un po' poco,
troppo poco, per progettare. Un pannello solare non fa un grattacielo e
gli alberelli non fanno le città. E per questo, per far stare in piedi
tutto quel cemento, per dargli un senso, gli architetti si rifugiano
nell'estetica, nel formalismo e nella peggiore delle ipotesi nello
stilismo. Tondo, quadrato, quadrato che diventa tondo, si torce, è di
vetro, di plastica, no il mio è biodegradabile viola.
E allora ci sono gli americani sempre un po' troppo esagerati,
pacchiani e futuristi. I giapponesi sempre pulitini ed eleganti. I
tedeschi e gli olandesi sempre poco ortodossi e spudorati (non a caso è
gente che mette il calzino nel sandalo), gli italiani che fanno finta
di essere stranieri (sempre), gli svizzeri superraffinati e i cinesi
che sono sempre anni 80 (che talento).
Una volta perdonata l'architettura per l'eccesso di gelsomini, ed
escluse le grandi stonature, il resto non è colpa loro. Una disciplina
che perde, per colpa di tutti, noi compresi, le sue motivazioni, la sua
legittimazione a esistere, finisce inevitabilmente col somigliare al
vacuo mondo della moda. Il che magari non è nemmeno grave, se non fosse
che discuterne assomiglia sempre di più a quelli che scelgono fra
Armani e Gucci. Roba da Happy Hour.
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