Ettore Sottsass: pensieri sotto i sassi

in Editoriali da Matteo Pirola gio 10/01/08
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Abbiamo voluto bene a Ettore Sottsàss, quasi come lui ne ha voluto al mondo. E' stato uno dei più importanti autori, intellettuali e progettuali, del nostro tempo. Leggete le sue parole e guardate i suoi progetti, senza pregiudizio. Disarmatevi e commuovetevi, e andate avanti.

Ha sempre avuto le sue idee confuse ben chiare, curioso di provare tutto, con confini fragili e significativi, e questo gli ha permesso di essere pronto ad accogliere vibrazioni e punti fermi, come pensare / dire / scrivere / disegnare che: "sono passate migliaia di anni per inventare un muro tutto diritto", o capire che: "basta un fiore 
per muovere l'aria".
E partendo anche da questo, il suo ruolo storico (come ricorda Alessandro Mendini) è stato quello di aver aperto il primo contraddittorio culturale, operativo e linguistico ai modelli del funzionalismo, e di essere divenuto il perno attorno a cui hanno gravitato tutti coloro che cercano una architettura più libera. "L'architettura può essere fatta di poco, di molto poco, purché questo poco sia tutto quello che gli uomini devono avere per non dimenticarsi di essere uomini, e niente altro". Ha avuto la sensibilità che deve stare sempre prima del gesto progettuale -"in realtà, semplicemente, penso prima di fare". Osservazioni del reale e dell'immaginario, perché che si traducono in forme, materie ed espressioni, a volte in emozioni. "Vorrei sapere perché", appunto, è il titolo dell'ultima mostra che lui quasi non voleva, ma che poi ha benedetto (e ne ha detto bene). Basta il titolo, ripreso dalle sue note dei viaggi in India mentre si interrogava sul senso del sacro di alcune costruzioni, per capire l'importanza del primo passo di un progettista e il necessario continuo coraggio di mettersi in discussione, fino alla fine. E forse è tutto lì.

Per alcuni di noi, recenti allievi-non allievi della Scuola di Architettura, conoscerlo da dentro cercandolo di fuori, è stato come prendere uno schiaffo con una carezza (e viceversa). Un maestro-non maestro, uno di quelli per cui i veri Maestri danno dei perimetri, poi siamo noi che dobbiamo muoverci, lì dentro. Il suo, un pittore, non gli spiegava mai qualcosa, faceva discorsi circolari: "per cui, se avevo voglia e se ero capace, imparavo". Credo davvero non volesse allievi, ma solo amici... con cui continuamente discutere, per progettare, disegnare, e far volare nuvole di pensieri. All'inizio non voleva mai, poi, quasi non poteva più smettere. E' stato molto esigente e generoso, diretto e silenzioso, vivace e operoso, ma alla fine, non sapeva più per chi disegnare, pur protetto dai suoi tanto amati amici, allievi. Forse ora è tornato libero. Lascia un grande vuoto, ma tanta fiducia per questo grande spazio da riempire.

A qualcuno ha raccontato che nei suoi viaggi (come nei suoi progetti) voleva trovare "l'uccello del paradiso". Penso che se l'avesse trovato, l'avrebbe disegnato così.

Anzitutto dipingere una gabbia
con la porticina aperta
dipingere quindi
qualcosa di grazioso
qualcosa di semplice
qualcosa di bello
qualcosa di utile
per l'uccello
appoggiare poi il quadro ad un albero
in un giardino
in un bosco
o in una foresta
nascondersi dietro l'albero
silenziosi
immobili...
A volte l'uccello arriva presto
ma può anche impiegare degli anni
prima di decidersi.
Non scoraggiarsi
attendere
attendere se è il caso per anni,
la rapidità o la lentezza dell'arrivo
non ha nessun rapporto
con la riuscita del quadro.
Quando l'uccello arriva
se arriva
osservare il più profondo silenzio
aspettare che l'uccello entri nella gabbia
e quando è entrato
chiudere dolcemente la porta col pennello
poi
cancellare una dopo l'altra tutte le sbarre
avendo cura di non toccare nessuna piuma dell'uccello.
Fare quindi il ritratto dell'albero
scegliendo il ramo più bello, per l'uccello
dipingere anche il verde fogliame e la frescura del vento
il pulviscolo del sole
e il fruscio delle bestie dell'erba nella calura estiva
e poi aspettare che l'uccello si decida a cantare.
Se l'uccello non canta
è cattivo segno
segno che il quadro è sbagliato
ma se canta è buon segno
segno che voi potete firmare.
Allora strappate con tanta dolcezza
una piuma all'uccello
e il vostro nome scrivete in un angolo del quadro.
(Per fare il ritratto di un uccello, Jacques Prévert)

Grazie Ettore,
ciao e vai.




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Ettore Sottsass, 2002. Foto di Paolo Imperatori
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Ettore Sottsass, Arredare ? difficile, 1977

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Ettore Sottsass, Arredare ? facile (1), 1977
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Ettore Sottsass, Arredare ? facile (2), 1977
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Ettore Sottsass, Arredare ? facile (3), 1977

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Ettore Sottsass, 2002. Foto di Paolo Imperatori
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Commenti (2)add comment

Rocco said:

Ho conosciuto Ettore Sottsass..
Ho conosciuto Ettore Sottsass nell'inverno 2002,
lavoraravo per la facoltà di Architettura e stavamo organizzando la mostra "MEDESIGN forme del mediterraneo", siamo andati da lui per proporgli di curare l'allestimento della mostra stessa. Di quell'incontro ricordo in modo disordinato:
- le sue mani, grosse da artigiano quando ci siamo presentati,
- la sua ospitalità gentile,
- il suo codino,
- la semplicità con cui formulava pensieri mai banali,
- la sua calligrafia da bambino...
è stata una grande emozione ed un'importante lezione. Prima di andarcene chiedemmo se potevamo usare il contenuto della conversazione per un'articolo da pubblicare sulla rivista dell'università e lui rispose affermativamente:
"tutto quello che faccio è pubblico..."
gennaio 10, 2008 | url

Roberto m said:

dei nomi
Una cosa bella, di Sottsass, è quel suo nome. Quella antinomia fra l'eroe perdente, quasi affaticato e disilluso, votato alla sconfitta, ma mito in partenza. Il romanticismo della battaglia perdente e umana con gli dei e il destino, insieme a quel cognome da militare austriaco, votato al dovere, triste e compito. Austero. Sogno e realtà, in un solo nome: non è male.
gennaio 12, 2008

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