Olafur Eliasson

in Editoriali da Roberto Marone mar 29/07/08
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Oramai non è tanto vero che New York sia il centro passante dei meccanismi culturali dell’arte. Non è nemmeno più vero che il MOMA, in quanto centro del centro, sia il luogo deputato alla storicizzazione delle esperienze mondiali. E’ uno di quei tanti posti dove si fa tanta cronaca, per lo più. Stavolta è diverso, stavolta hanno deciso di celebrare uno di quei quarantenni che i nostri figli studieranno a scuola (se le scuole varranno qualcosa), senza magari passare per le pareti degli attici di Soho.

La prima cosa che passa per la mente è che Olafur Eliasson è islandese. E quell’isolotto piantato fra il niente e il ghiaccio continua a sfornare talenti, come se quella mancanza di radici culturali,quel deserto freddo, quel nulla, sia il giusto non peso, oggi, per volare alto.
Eliasson è uno di quei pochissimi artisti che possiamo definire avanguardia, in un mondo che si riempie la bocca della fine delle avanguardie. Il suo linguaggio non viene, non rimanda, non richiama, il suo linguaggio brucia della sua stessa benzina. E’, prima ancora di nascere, prima ancora di essere figlio, e prima ancora di essere padre.
Specchia porzioni di spettatori, sempre diversi a se stessi. Illumina di spot, nasconendo le ombre. Crea cascate sopra il mare, dal mare, sotto i ponti, e crea il sole dentro un museo, ripropone illuminati tramonti policromi in stanze vuote, fotografa 50 ghiacciai, 50 vulcani, 50 deserti.  Genera realtà epifaniche, come un orafo di esperienze.
E’ che riesce a sprigionare, ogni volta, ogni gesto, una quantità sproporzionata di intensità.  Si coagula in ogni sua opera una forza espressiva, una potenza, un energia, messa in piedi con niente. Un pò d’acqua, due luci, due vetri. Con niente, ha la forza del cinema, o dello sport. Senza colonna sonora, montaggio, senza giocatori, senza urla, senza palco, senza grandi orpelli, senza tante balle, dritto alla pancia. L’arte non ci riesce mai, in questo. Richiede sempre una spropositata sensibilità, un sguardo preciso, attento, colto. Maturo. Si fa fatica, ad andare alle mostre. Eliasson no, spettacolo, alla prima messa in scena.
Usa la grammatica di una sensibilità di consumo (il sole, la cascata, l’orizzonte), la spara fuori come in tv, senza silenzio, senza pudore, tenendogli dietro, struttura portante, un equilibrio del linguaggio, un tocco, e uno sguardo, da artista d’altri tempi.
Alla fine, quello che studieranno i nostri figli a scuola, è che si può anche riuscire a sprigionare senso, qualità, nobiltà, colpendo agli occhi. Si può anche essere colti, senza essere difficili. Si può giocare di spettacolo, come uno scenografo, come una puttana, come al circo, avendo una capa fine.

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Commenti (1)add comment

Simona said:

interazioni
Trovo che sia molto interessante analizzare le incredibili interazioni che le sue opere riescano a creare con il pubblico fino a trasformarlo nell'opera stessa. Cosa intendo? Bè pensate al sole artificiale nell'ingresso della Tate Modern a Londra (The weather project 16 ottobre 2003-21 marzo 2004) chi avrebbe mai detto che tante persone sarebbero andate là a sdraiarsi come se ci fosse un sole vero?!
luglio 30, 2008

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