
Oramai non è tanto vero che New York sia il centro passante dei meccanismi culturali dell’arte. Non è nemmeno più vero che il
MOMA, in quanto centro del centro, sia il luogo deputato alla storicizzazione delle esperienze mondiali. E’ uno di quei tanti posti dove si fa tanta cronaca, per lo più. Stavolta è diverso, stavolta hanno deciso di celebrare uno di quei quarantenni che i nostri figli studieranno a scuola (se le scuole varranno qualcosa), senza magari passare per le pareti degli attici di Soho.
La prima cosa che passa per la mente è che Olafur Eliasson è islandese.
E quell’isolotto piantato fra il niente e il ghiaccio continua a
sfornare talenti, come se quella mancanza di radici culturali,quel
deserto freddo, quel nulla, sia il giusto non peso, oggi, per volare
alto.
Eliasson è uno di quei pochissimi artisti che possiamo definire
avanguardia, in un mondo che si riempie la bocca della fine delle
avanguardie. Il suo linguaggio non viene, non rimanda, non richiama, il
suo linguaggio brucia della sua stessa benzina. E’, prima ancora di
nascere, prima ancora di essere figlio, e prima ancora di essere padre.
Specchia porzioni di spettatori, sempre diversi a se stessi. Illumina
di spot, nasconendo le ombre. Crea cascate sopra il mare, dal mare,
sotto i ponti, e crea il sole dentro un museo, ripropone illuminati
tramonti policromi in stanze vuote, fotografa 50 ghiacciai, 50 vulcani,
50 deserti. Genera realtà epifaniche, come un orafo di esperienze.
E’ che riesce a sprigionare, ogni volta, ogni gesto, una quantità
sproporzionata di intensità. Si coagula in ogni sua opera una forza
espressiva, una potenza, un energia, messa in piedi con niente. Un pò
d’acqua, due luci, due vetri. Con niente, ha la forza del cinema, o
dello sport. Senza colonna sonora, montaggio, senza giocatori, senza
urla, senza palco, senza grandi orpelli, senza tante balle, dritto alla
pancia. L’arte non ci riesce mai, in questo. Richiede sempre una
spropositata sensibilità, un sguardo preciso, attento, colto. Maturo.
Si fa fatica, ad andare alle mostre. Eliasson no, spettacolo, alla
prima messa in scena.
Usa la grammatica di una sensibilità di consumo (il sole, la cascata,
l’orizzonte), la spara fuori come in tv, senza silenzio, senza pudore,
tenendogli dietro, struttura portante, un equilibrio del linguaggio, un
tocco, e uno sguardo, da artista d’altri tempi.
Alla fine, quello che studieranno i nostri figli a scuola, è che si può
anche riuscire a sprigionare senso, qualità, nobiltà, colpendo agli
occhi. Si può anche essere colti, senza essere difficili. Si può
giocare di spettacolo, come uno scenografo, come una puttana, come al
circo, avendo una capa fine.