Oggi si pensa, ed è un errore comune, che fare è piu difficile che parlare. Siamo pieni di progetti e progettini, immagini, novità, design moderno, design ecologico, design esotico, design erotico, design impermeabile, design biodegradabile (e cosi all'infinito) e nessuno che ne parla. E soprattutto nessuno che lo critica. Spesso e volentieri, si dice di chi scrive, che sicuramente non era abbastanza bravo per progettare. Vi inviterei a riflettere su questa affermazione, perchè spesso una critica costruttiva ha come base un progetto, e spesso, spessissimo, come ci insegna la storia, il critico è più colto e più raro di quello che crea. E come dice Oscar Wilde, <<Perchè è la facoltà critica che inventa forme nuove. La creazione tende a ripetersi. E' all'istinto critico che dobbiamo la comparsa di ogni nuova scuola, d'ogni nuovo stampo che l'arte si scopre pronto in mano. Un'epoca senza critica è un'epoca in cui l'arte è immobile, ieratica e confinata nella riproduzione di tipi formali oppure è un'epoca affatto priva d'arte.>>
Ed è in questa assenza di arte e di innovazione, e in questo circo di immagini e prodotti, che troviamo lo spazio per la critica. Abbiamo lo "spazio", il "loft", abbiamo l"open space" per criticare. Ed è facile capire se la generazione precedente non è mai cresciuta e non ha mai avuto grande successo, ed è logico, cosa si poteva rispondere ai maestri del dopo guerra, dopo progetti perfetti, carichi di simboli contemporanei, che critica c'era da fare? Ma noi abbiamo una base perfetta, ma perfetta, sulla quale costruire i nostri palazzi e sulla quale inventare forme nuove.
Viviamo in un'epoca creativa senza auto-coscienza, e quindi senza critica, dove le aziende di design, gestite da money-makers, non vogliono più produrre progetti dei grandi maestri o modestamente farsi guidare dalle loro idee (vi immaginate se un Montezemolo, si facesse consigliare da un Enzo Mari su cosa produrre, o nell'arte, se un gallerista o un ricco imprenditore, chiedesse ad Achille Bonito Oliva chi proporre). E tutto questo, dicono, per dare spazio "ai giovani". Ma se questi giovani non ci sono, se questi giovani non hanno niente da dire, se questi giovani non vogliono parlare, perchè non fregarsene proprio?

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... Cara sanja, sono azza, ho letto e riletto or ora il tuo articolo, visto che sono un affezionato della cara rivista Patasign. Dunque su alcune cose vorrei soffermarmi, su altre sono pienamente d’accordo, su altre ancora è meglio che non ci soffermiamo. Il titolo dell’articolo ti fa onore, ma risulta essere un’arma a doppio taglio, nel senso che, cara sanja, è corretto quello che dici sulle ottime conseguenze che una critica può rappresentare, ma allo stesso tempo chi abbozza giudizi o chi si candida in tal veste, merita di esser valutato. Poco tempo fa muore Enzo Biagi, giornalista quindi critico… ma che critico era? Grande scuola di diplomazia e saggio dimostratore di conoscere a pieno l’arte di ottenere ragione e l’arte di insultare di Schopenhauer. Dunque citare Dante Alighieri o Leonardo Da Vinci e pensare di poter affermare che campano ancora grazie al frutto di qualcuno che li critica o a detta tua dei “ vari Benigni” ( Benigni è uno solo, fa l’attore, è un ottimo interprete, ma non è un critico, tanto meno un cultore di Dante, sa più o meno o poco più di un qualunque cultore della Divina Commedia, e credimi ce ne sono tanti ) mi pare alquanto azzardato, forse poco sostenibile come teoria. Controtendenza al tuo articolo ho concordato a pieno il concetto che grazie alla critica si possono raggiungere altri scenari, forse sul chi scrive non progetta e viceversa, più che un problema di formazione o indole, c’è una grande collaborazione, come ben sai sanja, tu costruisci, io pubblico, tu fotografi e io disegno… insomma si prendono a schiaffi a vicenda giornalisti e progettisti, si fanno comodo a vicenda, ma certo non è il caso di Patasign, che credo campi ancora per volontà di persone ambiziose. Raccolgo le conclusioni del mio commento, riferendomi al problema delle grandi aziende e dei money-makers di cui scrivevi: non possiamo confrontare e paragonare situazioni stilistiche-economiche-politico-sociali completamente differenti tra loro, quello che oggi un’azienda punta a fare, all’80% delle imprese, è sopravvivere alla concorrenza e al fallimento; al contrario negli anni a cui fai riferimento tu, un ‘azienda poteva solo crescere e per il caso fortuito di quell’epoca, i valori di qualcosa da prendere e mettere in commercio avevano i connotati di un prodotto di qualità, durabile e rivalutato “n” volte. E nella classica delle tradizioni quando si da una botta al cerchio, la si da anche alla botte: i cari amici “maestri e supplenti” allentassero un po il tiro e diventassero meno star e più forza cerebrale utile ad alzare il tono qualitativo… ma sono del parere che l’unica cosa che vogliono alzare sia il loro conto in banca e qualcosa che forse con l’età non risultà più tanto brillante… azza |
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