
Bisogna amare il minimalismo. Amarne l'idea di togliere, perché togliendo c'è sempre qualcosa da aggiungere. Amare l'idea che le cose siano assolute, perché ogni valore assoluto dà adito al più fine dei relativismi. Amarne il principio della ragione, perché con il cervello si sente e con le mani si pensa. E amarne la
vigliaccheria, con cui nega programmaticamente il caos del nostro vivere.
Bisogna rifiutare con fermezza il minimalismo di facciata, il minimalismo che usa materiali raffinati, il minimalismo che nasconde eccessive complessità, ghirigori nati per essere minimali, il minimalismo quando ama il quadrato perché "bello", quando per ripicca verso se stesso anziché annullare la complessità la nasconde dietro pannelli di facciata. Bisogna odiare il minimalismo quando è didascalia di un eleganza pret a porter. Odiarlo nella sua accezione di pulizia. Disprezzarlo quando è lenzuolo sulla vacuità. Bisogna combatterlo nel suo trasbordare a semplicismo. Offenderlo in quanto possibile rifugio di qualsiasi incapacità progettuale.
Bisogna odiare il minimal quando diventa estetica. Stile vanitoso per una borghesia subcolta. Retorica della vanità.
Minimalismo significa dire tanto con poco, sprigionare intensità con il nulla. Non abbiamo tempo di guardare enormi complessità progettuali messe in piedi, volutamente, per dire niente.
Nell'immagine Sol Lewitt
Minimalismo in wikipedia