Sai quante cose avremmo capito, del nostro avanzare, se il figlio di Picasso fosse stato anche lui un grande artista. E se il figlio di Hemingway fosse stato un grande scrittore. Sarebbe stato più dolce il progredire. Figli grandi come padri in un tempo diverso a insegnarci il nesso fra presente e futuro. Ce ne andremmo avanti con meno fatica,
con delle guide a suggerirci il profilo del tempo.
Invece i figli dei grandi fanno solo i figli, è statistica, e noi rimpiangiamo indicazioni mai avute. Solo che alle volte il destino beffa la statistica, e ci ritroviamo Mimmo e Francesco Jodice, lì, padre e figlio, a raccontarci questa strana alchimia.
Ed è bello capire un padre nel suo silenzio passionale, nella sua luna piena di vita, teso a un racconto anche desolato, inquieto, ma vivo. Saper ascoltare quella programmatica assenza di persone, quel vuoto, paradossalmente così umano, così carnale, immergersi in un odore surreale.
Un padre che racconta la forza dell'eterno, con gli occhi disillusi dalla rarefazione del contingente.
E un figlio che ci racconta il contingente, con gli occhi accesi dal brulichio dell'eterno.
Lasciandoci sgranare gli occhi davanti al nostro vivere collettivo, oramai globale, Francesco restituisce una realtà vitale dove ribolle lo smottamento sociale, politico e spesso umano. Sguardo lucido, a scansionare le fantasie del mondo.
E così, la potenza silente del padre e la ragione gridata del figlio fanno capolino nell'unico destino comune che è lo sguardo sul cuore del mondo, sulla pancia del reale. E fra ll'allontanarsi e l'immergersi resta fermo in entrambi lo sguardo di testimonianza. Stesso greto per acqua diversa.
E allora le fratture diventano lembi della stessa pietra, le richiudi, e sono profili dello stesso percorso.
Francesco Jodice
Mimmo Jodice