Italian contemporary art

in Editoriali da Roberto Marone lun 30/06/08
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Mio padre che io ricordi due volte si è lanciato in lezioni verso il figlio. La prima, con un'aria un po' saggia per dirmi "non c'è niente che valga la pena come le questioni di principio". La seconda, un paio di settimane dopo, con quel suo sguardo poco messo a fuoco, che sembra che guarda un metro prima o dopo di te, mi disse autoritario: le questioni di principio sono da imbecilli.
Ci misi qualche anno a tirarne fuori una lezione, se non paterna, quanto meno usabile nella vita.

Alla fine sapeva di relativismo, che è un odore che mi è rimasto in testa.
In questi anni un po' vigliacchi dell'arte contemporanea, anni di autori lanciati e bruciati, anni di mostre di mostri, anni di fautori poco autori, è un sapore che è diventata abitudine. Si contano sulle dita di un pesce gli artisti resistiti alla furia anni novanta e in questa lunga scia ci sono quelli che ora sembrano essere gli enfant terrible del decennio. Una generazione di picco-li, embrioni lasciati crescere poco, sparati nell'olimpo prima della coltivazione. Li vedi il giorno dell'inaugurazione che negli occhi hanno ancora il campo scout, mentre dietro collezionisti, galleristi e critici fanno da trainer.
Ma a parte questo essere buttati in campo a freddo ( discorso che richiederebbe una riflessione, please), c'è qualcosa di più fine, e più interessante, in questo nuovo panorama italiano emergente. Ovvero il rapporto che questi linguaggi hanno con le esperienze dei padri, che va molto oltre lo stesso criterio citazionista e il modo con cui per un secolo si è fatto i conti con il passato, e che ha uno logica, quella si, effettivamente nuova.
Per dire: in Diego Perrone c'è una versione violenta e cinica della plasticità di un Pascali. In Roberto Cuoghi un pezzo della nobiltà aristocratica di De Dominicis. In Paola Pivi la schiettezza spudorata e surreale del primo Cattelan. In Caravaggio la declinazione del gesto materico dell'arte povera in una compostezza più soave, dolce.
Eppure, questo rifarsi, non ha niente a che fare con un’ idea di tempo. Potresti dire che Perrone è prima di Pascali, dopo Gabellone e che De Dominicis è fra Cattelan e Paola Pivi, che alla fine è la zia di Carol Rama. Non farebbe una piega.
C'è in questo citazionismo un approccio soggettivo e parziale a un passato saccheggiato, positivamente, anziché una visione oggettiva e assoluta di una storia collettiva a cui poi, ognuno, tenta di disegnare il passo successivo. Ce ne si appropria, del tempo, prendendolo dal proprio lato, piegando i vecchi punti di vista a visioni personali, attuali, contemporanee. Il senso di un secolo diventa un pretesto tutto personale, e i fili che per anni hanno tessuto la maglia della cultura di milioni di persone diventano nodi da cui sfilare un racconto solitario. Hitler non è più Hitler, ma il mio cartone animato preferito, la Venere mi ricorda mia nonna, il vino un ottimo sciampo e Wharol il mio sogno erotico. Fare il verso a Kounellis, a quel punto, è un niente.
Difatti non c'è in queste generazioni l'attitudine a scardinare, non c'è l'utopia del nuovo e non c'è la presunzione dell'unicum. E questo è molto contemporaneo.

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Commenti (4)add comment

riccardo said:

...
Mio caro, una cosa sono i principi, che ci devono sempre essere, altra cosa le questioni di principio, che invece dimostrano incapacità di comprensione.
Comunque non mi ricordavo affatto di averti fatto queste lezioni di vita
luglio 01, 2008

azza said:

...
sciampo è la cosa più contemporanea che potessi scrivere. ti stimo maledetto.
luglio 03, 2008 | url

bla bla said:

...
troppe virgole, troppe, troppe davvero... credo, si, credo...
luglio 03, 2008

stelllare said:

parliamone perchè sono assolutamente d'accordo e senza polemica! rispondo nel titolo come vedi.e ti cito sul commento. bravo R.
Difatti non c'è in queste generazioni l'attitudine a scardinare, non c'è l'utopia del nuovo e non c'è la presunzione dell'unicum. E questo è molto contemporaneo.
ottobre 05, 2008 | url

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