Di casa in casa
in Editoriali da Roberto Marone ven 08/02/08
Testo pubblicato sul mononumero "Interno Italiano" in occasione del Macef 2008
Le case. Con tinelli affollati e soggiorni vuoti e incellofanati, per gli ospiti, due volte all'anno, con dipinto a olio e vetrine di bomboniere. Sempiterne neoclassiche, con bouserie a vista, gessate e ingessate, per gli americani di provincia. Minime e inospitali, orientali. Case Ikea, plasma e divano grigio, telecentriche, con
cucina a vista. Case scomode e pseudoromantiche, nella mansarda di turno piena di candele e musica contemporanea. O piene di libri e poltrone, famiglia con cameretta per prole, addobbata di poster e foto ricordo. Vivace, pulita, buffa o affollata, triste o compita. Introversa o estroversa, chissà.
E' che di case possiamo immaginarne a migliaia, leggerne di infinite e raccontarle a iosa, perchè non sono altro che facce di infinite persone. Ognuno le segna come delle impronte, nel tempo, e così diventano "sedimentazioni della coscienza" (diceva Mendini), piccole storie autobiografiche. Ognuna fa il verso al padrone, come i cani.
E' che forse sono gli oggetti ad adempiere al difficile compito di rappresentazione delle persone. Sono la televisione, il reggilibri, il porta-cd, le casse, il cavatappi e la sedia. Sono loro le parole con cui si compone quel racconto personale, e intimo. Lo è un po' meno l'architettura, a voler essere critici. Perchè continua a essere la sua scatola vacua, 3 vani con cucina, omologata e così distante dalle nuove esigenze. Così impersonale e standard. Nel mondo crolla la famiglia, si privilegia il pubblico, la condivisione (sharing), la socializzazione, prepondera uno stile di vita dinamico e adattabile, mentre le case continuano ad essere troppo chiuse, private e monogame. Sono cubi chiusi con separazioni, baluardi e vanti del catasto, in una contemporaneità che programmaticamente tenta l'apertura. Scatolette di parametri a misura familiare. E così, gli oggetti, o il mobilio, sono diventati la terra franca sui cui è possibile scrivere una geografia propria, sentimentale e voluta, l'antidoto ai parametri dogmatici dell'architettura.
Ma perdonando le inadempienze dell'architettura, ogni casa è un sovrapporsi di tanti piccoli sentimenti, valori, culture, dogmi ed educazioni che compongono un profilo così ingenuamente, e inevitabilmente, sincero. Ed è in questo loro essere degli autoritratti involontari (e quindi infallibili) la bellezza dell'unicum.
Ci si scopre, in casa. E nel levare le coperte (casa viene da coperta etimologicamente, guarda un pò) è venuto di fotografare non degli interni o delle architetture ma, più precisamente,uomini. Quegli uomini. E così queste immagini sono istantanee di autoritratti, fotografie di fotografie, dipinti sociologici di vissuti sulla cui linea si staglia una specie di metrica del vivere. Dal camionista alle cene familiari: persone normali, di tutti i giorni, vite comuni, ripercorse da uno sguardo che parte dagli interni per comporre una piccola campionatura di vite, una piccola misura sulle persone.
Così diventa bello, e utile, riuscire a scansionare le possibilità con cui ognuno tenta questo involontario e innocente racconto di se che è la casa, attraverso gli oggetti, e riuscirne a fare un enciclopedia della complessità, persona per persona, modo per modo, come antidoto all'omologazione. Questa rivista ci tenta, e da una mano, nel difficile compito di immaginare che una casa, prima di essere progettata, va pensata.
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