Design dove vai

in Editoriali da Roberto Marone sab 31/05/08
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Se uno ha l'immodestia, o forse semplicemente l'ambizione, di guardare il design con uno sguardo lontano, distante, ma interno, riesce a vedere un po' le evoluzioni che sta facendo. E ne sta facendo.
E' che è costretto a strani avvitamenti delle sue logiche visto che sono venuti a mancare quasi tutti i suoi riferimenti sociali e, quindi, di mercato. Quelli che una volta si diceva proletariato, vanno da Ikea e quindi punto. I borghesi quelli colti, progressisti, moderni (avvocati e medici che compravano Magistretti di Kartell, per dire) sono una razza in via d'estinzione, roba da zoo, surclassata da una borghesia più ricca e un po' becera, fra esperti di marketing, commercianti e quant'altro.
Detto in soldoni: se il consulente finanziario con modella al fianco continua a comprare la poltrone in pelle fighetta da Armani, mentre il medico guadagna meno di un grafico, Cassina inevitabilmente fa qualla poltrona lì e il designer, o fa quello, o tenta il triplo salto mortale.
E se vai a vedere, i numeri dicono che la maggior parte si è messa a fare quello: interpretare e andare incontro a una neoborghesia piuttosto benestante che fa i Pil del made in Italy postmoderno. Da Citterio a Wanders, passando per Laviani e Massaud.
Poi c'è un pezzo, forse piccolo, forse grande, che fa il salto mortale, e vive una storia più periferica, “underground” dicono quelli con gli occhiali colorati. E' il mondo delle Front, di Guixé, di Ulian, di Novembre, di Baas e di tanti altri, il mondo che sta pensando, torto o ragione, che il futuro del progetto stia passando per una strettoia angusta per poi compiersi immaginando un futuro più ampio. Che la sedia elegante e corretta, funzionale e gradevole, fa sì i numeri del mercato, ma ancora per poco. Che il progetto di domani è un progetto con più variabili, magari meno nobile, magari più sporcato, ma intercettato da una complessità carica di più incognite. Le ciabatte che lasciano il testo sulla sabbia e le frittate Calvin Klein, i mobili disegnati in aria come schizzi di fantasia e i vassoi come piazze, sono l'embrione di un progetto che racconta altro da sé. Che si complica lasciando l'oggetto come veicolo di una storia altra. La ciabatta non è una ciabatta bella, o comoda, o economica, è una ciabatta che scrive. Solo 30 anni fa, non dico per Magistretti, ma persino per la fantasia di un Castiglioni sarebbe stato impensabile. La possibilità che un progetto possa schiudere qualcosa che vada oltre se stesso è una piccola conquista che appare più come avanguardia che non periferia. Lasciando sperare che quello che oggi si esprime sotto la superficie del grande schermo sia il domani e sperando che gli oggetti non saranno più oggetti, ma scrigni in cui custodire piccoli caos emotivi.

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Commenti (3)add comment

andrea velluto said:

...
Perfettamente d'accordo! Bell'articolo.
UseLESS IS MORE!
giugno 02, 2008

bla bla said:

...
è un discorso anche condivisibile quello che fai...sotto certi punti di vista!

sotto altri purtroppo può portare a spiacevoli conseguenze e perdere di vista il fine primo (a mio parere) del design: risolvere dei problemi (non crearli).

una lampada che non illumina, dei fiammiferi double o dei vassoi con cui progettare un suicidio pensi davvero siano frutto di un così grande concetto?

insomma...belle idee, tutte...ma cosa rimarrà fra 30 anni?
questa è l'epoca dei frammenti, siamo d'accordo, ma questo non giustifica che ogni progettista che ce la fa sia autorizzato a fare cose stravaganti... alle volte potrebbero (dovrebbero) essere anche utili.

poi comunque scrollati di dosso certi stereotipi: il proletario va da ikea, il manager ha la modella al suo fianco e ecc...ma ancora ste cose nel 2008???
da quello che scrivi sembri essere molto attento, non puoi trincerarti dietro certe cose...

manca solo che pubblichiate una lista di proverbi e poi siamo a posto...

le scarpe devono essere utili...non devono scrivere nulla sulla sabbia...apprezziamolo, ma è un'altra cosa, non è design...

sono solo esercizi o ideuzze...
guardiamole con lo stupore che meritano, ma non vediamoci una nuova strada da intraprendere.

e poi che noia l'essere vincolati alla stessa frase fino a che non le buttiamo via...no???










giugno 05, 2008

bla bla said:

...
penso inoltre (e ne sono sicuro) che se potessimo assistere alla fase in cui un progettista (sicuramente anche qualcuno di quelli che hai menzionato) crea le cose che tu vedi come assolute,( e giustamente, è una tua idea) beh...forse rimarremmo molto delusi: uno crede che dietro ci sia chissà quale concetto (imprescindibile dal progetto a mio parere) quando in realtà potrebbe (a volte "è" decisamente) frutto del nulla, del caso, di un software.
credimi, rendersene conto con i propri occhi è quasi deprimente per chi prova a fare questo lavoro pieno di grandi speranze e grandi propositi.


tuttavia crediamoci, forse è meglio.


giugno 05, 2008

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