Dalla città al marchio

in Editoriali da Ignazio Lucenti lun 01/10/07
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Il motto "dal cucchiaio alla città", secondo cui un architetto racchiude in sé le conoscenze per progettare cose che vanno dal piccolo componente di design fino al piano urbanistico di una città, non è più in voga da decenni. Eppure c'è una disciplina, la progettazione grafica, in cui tale atteggiamento sembra ancora oggi del tutto legittimo se non addirittura incoraggiato dai committenti.
Non si capisce se è per colpa dell'impalpabilità dei manufatti che tale disciplina produce, per una concezione romantica e vaga della creatività che probabilmente ancora oggi è in voga in certi ambienti, o semplicemente per la totale assenza di una cultura del progetto presso le istituzioni; fatto stà che regolarmente si assiste alla presentazione in pompa magna di marchi realizzati da disegnatori industriali, architetti, ingegneri e quant'altro che nulla hanno a che fare col mestiere di grafico. Tra i risultati che tali esperienze hanno prodotto, solo per limitarci alla casistica degli ultimi mesi, possiamo citare il marchio pseudo-araldico per la missione spaziale Esperia ad opera di Giugiaro, quello "schizzato" per il festival del cinema di Roma, realizzato da Renzo Piano e il marchio "griffato" del festival della creatività creato da Mendini. Non è qui il caso di addentrarsi in una critica puntuale ed analitica nei confronti degli esempi citati, esempi che tra l'altro si prestano volentieri a tale tipo di operazione (Chi fosse interessato del resto può andare a rileggere i numerosi articoli apparsi sulle riviste del settore e in particolare sul sito socialdesignzine ). Penso invece che sia più interessante qui fare un discorso generale, costatando come, spesso, secondo un atteggiamento che è sintomatico di un certo modo di fare tutto nostro, in Italia si preferisce ricorrere a dei buoni architetti o disegnatori industriali (nei casi migliori) che, ripeto, nulla hanno a che fare col mestiere di grafico, piuttosto che puntare su dei bravi professionisti del settore ma probabilmente sconosciuti al grande pubblico. Tanto, si penserà, nessuno è in grado di distinguere un progetto buono da uno pessimo, e anche se fosse, la firma basterà a sciogliere i pochi eventuali dubbi. Del resto linee e superfici non sono viti e bulloni e una brutta comunicazione tutto questo male non può fare, e poi, se è stato disegnato da uno come Renzo Piano, non può essere una schifezza.

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Commenti (1)add comment

Roberto m said:

...
Il logo è una cosa strana. Richiede una straordinaria capacità comunicativa, scarsa capacità tecnica e un pò di ovvio funzionalismo.
il progetto, dietro il logo, è tutto un soddisfare esigenza comunicative, di marketing, quanto si legge, se funziona, se comunica il brand, se esprime il senso della società. Insomma tutte cose che a un progettista non interessano, minimamente.
Il progettista esprime anche, ed è la cosa importante, se stesso.
Ed è per questo che l'esercizio del logo riesce, quando riesce, non quando funziona, ma quando si esprime. Buona parte dei loghi sono di grande interesse per i mercanti, poco per gli intellettuali.
ottobre 02, 2007

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