E' che il design gira sempre intorno a un certo vacuo e inutile formalismo, roba "che fa fico": balle per anime stupide. Quando non lo fa, perchè ideologicamente gli si pone contro o lontano, finisce col rimanere puro tecnicismo, altrettanto vacuo. In mezzo, o comunque a fianco, va oggi di moda ruotare sul perno dell'umorismo, sulla strizzata d'occhio (vedi la generazione sotto i 40). E lì, salvo eccezioni, siamo al
vacuo con ammiccamento, ed è poca roba.
Intorno a questa grande terra di oggettucoli ci sono quelli bravi, e uno di questi, non c'è santo, è Andrea Salvetti. Lui se ne sta a Lucca, nel suo agriturismo mezzo cantiere mezzo studio, come un contadino, ad amare la terra, "terraterra" (come la sua mostra da Dilmos) non la natura, la terra. E da lì, racconta progetti. Fuggendo qualsiasi naturalismo pseudo-new age fa i conti con il nostro confronto domestico, embrionale, con la terra. E lo fa senza pudore, pensando, forse, che l'unico terreno possibile per non avere le gambe corte è raccontare poesia. Quantomeno avere la sincera propensione di proporla, senza estetismi (coscienti di non essere il progetto "intelligente") e pensare di farlo.
Appoggia lenzuola su poltrone pensando il lenzuolo come poltrona stessa, accatasta cassette di frutta d'alluminio come librerie, tesse nidi d'uccelli come sofa, alza colonne di foglie come ipotesi di alberi, e di luci. Ed è un'unica melodia di riconciliazione alla creazione, un gesto unico di pace, sereno, con il progettare. Sembra guardare una melodia morbida, amorevole, verso l'abitare. Sedersi su nidi, alla la luce deli alberi, poggiando libri nel legno: deve esserci qualcosa di irresistibile, per noi uomini, ad immaginare il "cielo in una stanza".
Andrea Salvetti